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14/04/2005
Val d'Orcia Cronaca. PER BRUNO VESPA “BRUNELLO HA TROVATO L’AMERICA”.

“Con il Brunello mi sono
trovato in grandissima difficoltà. Due elementi positivi accomunano
le bottiglie segnalate il questa pagina (Casanova di Neri, Salvioni-
La Cerbaiola, Cerbaiola-Molinari, Castello Banfi, Solaria-Cencioni,
Castello Romitorio, Poggio di Sotto): la grande bevibilità e una
qualità molto elevata. C’è un solo difetto: si assomigliano tutti,
più di quanto imporrebbe la parentela”. Queste le parole con le quali
il celebre giornalista Bruno Vespa sull’ultimo numero di “Capital”
sintetizza il giudizio in merito al Brunello di Montalcino, che a suo
dire “ha trovato l’America”. Vediamo osa intende il “Vespone”
nazionale. Secondo quest’ultimo, la ruota della fortuna del Brunello
gira assai più negli Stati Uniti che in Italia; arrivano gli esperti
americani nel Chiantishire, assaggiano 40 Brunelli in una giornata e
vedi spuntare qui a là, su prestigiose riviste e con votazioni
altisonanti, vini che nelle guide italiane non hanno la stessa
fortuna; l’esplosione del Brunello si deve esclusivamente agli
stranieri. “Le prime bottiglie di questo vino custodite nella mia
cantina sono del ’71. Nel ’75 le aziende produttrici erano soltanto
25, per 800mila bottiglie. Oggi sono 120 e le bottiglie più che
quadruplicate. C’è posto per tutti? Dov’è il meglio? Il lettore dovrà
accontentarsi di una selezione di alcune tra le migliori etichette.
Quasi sempre, quando assaggio una decina di bottiglie frutto dello
stesso vitigno (mai più di una al giorno) – racconta Vespa – una
specie di classifica matura da sola. Anche fra i Tre Bicchieri del
Gambero Rosso e tra i Cinque Grappoli di Duemila Vini. Perché, come
mi sono permesso di far rilevare agli amici che curano le più
importanti guide enologiche, 300 vini di tutta Italia messi alla pari
in testa alla classifica nazionale sono troppi, a mio giudizio”.
Parafrasando una corsa ciclistica, Vespa afferma che due vini si
staccano di un soffio dal gruppone di assoluta eccellenza e
appartengono alla stessa cantina: Casanova di Neri. “Scopro anche che
il migliore tra i due, Cerretalto ’99, costa almeno 90 euro ed è
forse il più caro. Ma è uno straordinario mixage di allegria e
solennità. A meno della metà del prezzo Giacomo Neri offre il Tenuta
Nuova, di perfetto equilibrio e notevolissima seduzione”. Torniamo
alla bevibilità: secondo Vespa il Brunello ha seguito lo stesso
percorso del Barolo, si è tolto il frac – abito così impegnativo da
richiedere un rigoroso abbinamento con le carni più rosse – e si è
messo il tweed: sempre Sangioveseschire, ma finalmente assai più
gustoso. “Mi intenerisce assai la lettera che mi scrive Giulio
Salvioni per accompagnare il suo Brunello 2000, imbottigliato da
pochi giorni e già superbo. Salvioni – continua Vespa – usa una
vecchia macchina per scrivere e rifugge dal computer: questo va a suo
onore perché dimostra l’amore artigianale che si ritrova nel suo vino
prodotto in 9.400 bottiglie ad un prezzo che mai scenderà sotto gli
80 euro, ma può arrivare anche ai 100”. E passiamo al Brunello di
Diego Molinari (Azienda Cerbaiona): “Se fosse una femmina – azzarda
Vespa – oserei dire che sarebbe un po’ mignatta. Seduce nel
retrogusto. Le tue difese sono cadute e lei ha vinto. Non so se agli
interessati farà piacere, ma ho trovato una somiglianza, a un livello
assai alto, tra Poggio alle Mura ’99 di Castello Banfi e il Solaria
2000 di Patrizia Cencioni. Stessa nobile fisionomia. Del Castello
Romitorio ho assaggiato la Riserva ’99, eccellente, solida e
profonda, ma il Brunello ordinario del 2000 è un magnifico vino da
tutto pasto”. Piero Palmucci (Poggio di Sotto) ha fama di essere
gelosissimo della propria tradizione. “E infatti invecchia il suo
vino in rovere per 4-5 anni, contro i due imposti dal disciplinare.
Il vino sfiora gli 80 euro ed è di eccellente qualità. Chiudo con il
Brunello di Edoardo Virano, patron della Tenuta Col d’Orcia. Ho
assaggiato l’annata ’97, precedente a quella in commercio – conclude
Vespa – ho osato accompagnarvi un pasto intero e non me ne sono
pentito”. Roberto Cappelli
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